
حبيبي كم أناديك… فلا تسمع
Ibn ʿArabī – Kitāb al-Tajalliyāt al-Ilāhiyya
كم أتراءى لك… فلا تبصر
كم اندرج لك في الروائح فلا تشم، وفي الطعوم فلا تطعم لي ذوق
Mio diletto, quante volte ti chiamo e tu non senti; quante volte mi mostro a te e tu non mi vedi;
quante volte per te mi insinuo nelle fragranze che tu non annusi, e nei gusti in cui tu non mi assapori.
Fernando Pessoa definisce l’olfatto “una vista strana”1 che “evoca paesaggi sentimentali attraverso il disegno improvviso del subconscio”2. In questo frammento Pessoa ribadisce la natura profonda dell’olfatto, così intimamente legato al ricordo e all’emozione ma che, paradossalmente, manca di un vocabolario proprio: non possiede parole capaci di descrivere direttamente gli odori, le fragranze e i profumi che cattura3. Quando dobbiamo descrivere un odore, prendiamo infatti a prestito termini propri di altre facoltà sensoriali — un odore può essere pungente (tatto), dolce (gusto), acuto (udito) o verde (vista) — descrivendolo attraverso le sensazioni che coinvolgono gli altri organi di senso, per similitudine o, meglio, per assonanza.
In un articolo del 20154, Jonas K. Olofsson e Jay A. Gottfried ipotizzano che questa povertà lessicale comune a molte lingue sia frutto di una asimmetria cognitiva: mentre il sistema visivo è riccamente collegato alle aree corticali del linguaggio, il circuito olfattivo — centrato sulla corteccia piriforme — è integrato soprattutto con le aree limbiche di memoria ed emozione, e ha una connessione più debole con le aree deputate alla denominazione verbale. La linguista Asifa Majid ha però messo in discussione questa lettura: in una replica pubblicata pochi mesi dopo5, osserva come alcune lingue parlate da popolazioni di cacciatori-raccoglitori del Sud-est asiatico, come il Jahai6, possiedano un vocabolario specificamente olfattivo tanto ricco quanto quello cromatico, evidenziando il peso del ruolo culturale e linguistico accanto al dato biologico.
Ma qual è la genesi biologica di questo senso, che parla con le parole degli altri?
I primi ‘mattoni’ embrionali (placodi) da cui si formeranno l’intero sistema olfattivo e le cavità nasali si diversificano nella vita intrauterina a partire dalla 4ª settimana, contemporaneamente ai placodi che daranno vita al nervo trigemino, con cui condividono la stessa origine. Il sistema trigeminale è uno dei primissimi circuiti sensoriali a diventare funzionale: già tra la 7ª e l’8ª settimana compaiono i primi riflessi tattili periorali e orali, e la cavità orale diventa il primo canale di esplorazione del feto, che attraverso di essa percepisce il contatto con il liquido amniotico, impara a succhiarsi il dito e a deglutire. La via olfattiva diventa attiva più tardi, a partire dalla 24ª settimana. Tra i due sensi, tuttavia, permane un’intima continuità funzionale: gran parte degli stimoli odorosi che percepiamo non attiva soltanto il sistema olfattivo primario, ma ‘tocca’ direttamente le terminazioni del nervo trigemino presenti nella mucosa nasale; sono proprio queste ultime a farci percepire la freschezza della menta, il calore dell’alcol, la nota frizzante dell’anidride carbonica o quella pungente dell’ammoniaca.
Dal punto di vista evolutivo, il sistema olfattivo occupa una delle parti più antiche della corteccia cerebrale ed è l’unico tra i cinque sensi a raggiungere la corteccia olfattiva primaria senza un passaggio preliminare obbligato attraverso il talamo, l’organo cerebrale che svolge un ruolo centrale nella raccolta e nello smistamento delle informazioni sensoriali. La percezione di un odore viene trasmessa dai recettori della cavità nasale al bulbo olfattivo e da questo alla corteccia olfattiva primaria, entrando in relazione con strutture coinvolte nella memoria e nell’elaborazione emotiva, come l’amigdala e l’ippocampo. L’olfatto entra in comunicazione con la regione del talamo quando riconosciamo un odore o lo identifichiamo come “quell’odore”, ma questo dialogo avviene dopo che il segnale olfattivo ha toccato le strutture emotive ed evocative del cervello. Questa particolarità spiega l’impatto mnemonico ed emotivo immediato di un odore: l’odore viene prima “sentito” e poi “pensato”.
Questa singolare architettura cerebrale, in cui l’odore viene prima “sentito” e poi “pensato”, trova una sintesi rigorosa ed evocativa in un articolo della psicologa Maria Larsson7: in questo articolo Larsson ed i suoi collaboratori sintetizzano le peculiarità della memoria olfattiva autobiografica a confronto con il ruolo della memoria degli altri sensi basandosi su pubblicazioni scientifiche che coprono circa un decennio ed indicano 5 punti caratteristici e peculiari che fanno della memoria olfattiva qualcosa di speciale, di unico. Questi 5 punti sono riassunti nell’acronimo L.O.V.E.R.
- Limbic: i ricordi evocati da un odore coinvolgono in modo più intenso le strutture del sistema limbico, in particolare, la memoria olfattiva attiva regioni cerebrali più legate all’affettività e alle emozioni.
- Old: lo stimolo olfattivo rievoca, in media, ricordi più antichi rispetto a quelli rievocati, per esempio, dalla memoria visiva, ricordi che risalgono ai primi anni di vita, all’infanzia.
- Vivid: i ricordi legati alla memoria olfattiva sono più vividi, non solamente più chiari, ma più intensi, accompagnati dalla sensazione di essere riportati indietro nel tempo.
- Emotional: i ricordi rievocati dalla memoria olfattiva sono emotivamente più intensi e coinvolgenti, capaci di condizionare lo stato d’animo, la fisiologia respiratoria e cardiaca.
- Rare: questi ricordi, evocati da un odore, sono più rari: una persona esposta a un odore richiama con meno frequenza alla memoria un ricordo. Un odore sembra associarsi a un numero più ristretto di rappresentazioni mnemoniche e, per questa ragione, può risultare meno efficace nell’evocare un ricordo; ma quando l’associazione si attiva, può farlo con intensità, violenza emotiva e precisione.
Credimus? An qui amant, ipsi sibi somnia fingunt?
Virgilio – Bucoliche, Ecloga VIII
Ci crediamo? O gli amanti si plasmano da soli i propri sogni?
L’olfatto è un senso radicato nell’antichità delle nostre esperienze, capace di rievocarle con estrema precisione e nitidezza, riportandole al presente. È un senso particolarmente intimamente legato alla nostra sfera affettiva, perché le sue vie neurali sono strettamente connesse con strutture coinvolte nella memoria e nell’elaborazione delle emozioni, prima che l’esperienza venga necessariamente tradotta in un’identificazione consapevole e verbale. L’istante originario della percezione olfattiva rimane muto e viscerale; il linguaggio interviene solo dopo e, spesso, rimane senza parole. L’esperienza olfattiva trascende il tempo ed è ineffabile; precisamente evocativa ma raramente traducibile in parole, può accedere al nostro mondo interiore accompagnandosi a cambiamenti fisiologici, come quello del ritmo respiratorio e del battito cardiaco e rivela caratteristiche fenomenologiche che sembrano renderla straordinariamente vicina nei meccanismi all’esperienza mistica.
Gandhasāra nasce da questa domanda: possiamo fare dell’esperienza olfattiva uno strumento di conoscenza che ci conduca all’esperienza meditativa e al trascendente? Ci crediamo o sono solo sogni, plasmati in solitudine dagli amanti?
- F. Pessoa, Libro dell’inquietudine, testo critico di J. Pizarro, a cura di P. Collo, trad. di P. Collo, Einaudi, Torino, 2012, frammento 264.. ↩︎
- Ibidem ↩︎
- Fanno apparentemente eccezione un ristretto gruppo di aggettivi che sono specifici dell’olfatto, come fragrante o fetido. Questi termini, però, non codificano la struttura sensoriale di un odore (come fa, per esempio in ambito visivo, la parola “rosso” in riferimento al colore rosso) ma esprimono la valenza di rifiuto, disgusto o di piacere che l’osservatore gli attribuisce. Questi termini vengono utilizzati per caratterizzare odori molto diversi tra loro: definiamo fetido l’odore della carne in decomposizione o l’odore di un composto solforato sintetico e fragrante l’odore del pane o quello di una torta al limone. ↩︎
- Olofsson, J. K., & Gottfried, J. A. (2015). “The muted sense: neurocognitive limitations of olfactory language.” Trends in Cognitive Sciences, 19(6), 314–321. ↩︎
- Majid, A. (2015). “Cultural Factors Shape Olfactory Language.” Trends in Cognitive Sciences, 19(11), 629–630. ↩︎
- Per chi fosse interessato, lo studio su questa popolazione è precedente l’articolo di Olofsson, J. K. & Gottfried, J. A.: Majid, A., & Burenhult, N. (2014). “Odors are expressible in language, as long as you speak the right language.” Cognition, 130(2), 266–270. ↩︎
- Larsson, M., Willander, J., Karlsson, K., & Arshamian, A. (2014). “Olfactory LOVER: behavioral and neural correlates of autobiographical odor memory.” Frontiers in Psychology, 5, 312. ↩︎


Molto bella questa tua nuova avventura! Costriuta con quella eccellente qualità che ti contraddistingue.
Anch’io sono rapita,dal fascino della dimensione olfattiva e accolgo con gratitudine il tuo nuovo progetto.
Avevo già osservato la povertà linguistica di questo senso e mi hai stimolato ad interrogarmi sul mio lessico olfattivo. Sarebbe interessante aiutarci a trovare le parole che ci mancano. E mi è sorta una parola: acre. Continuerò la mia ricerca!
E intanto, felicemente, mi faccio accompagnare da te in questo nuovo viaggio.
Carissimi Anna, anche acre non è strettamente olfattivo come termine, perché deriva dal latino acer, che a sua volte si ricollega ad una radice indoeuropea che rimanda al significato di punta, spigolo, cosa acuminata. Dalla stecca radice derivano acuto, acume, il latino acies (filo della lama, punta). Per estensione poi viene utilizzato ad indicare ciò che trafigge, punge anche quando ci riferiamo a sapori o odori. Spero ti diverta in questo mio nuovo progetto, se hai altre intuizioni o ti sorgono collegamenti scrivi! Che il dialogo porta ricchezza!